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Gli invisibili delle case popolari

Luca Beltrami Gadola
I dimenticati che non hanno voce

Da Draghi a Letta il mantra più diffuso è: “Non lasceremo indietro nessuno”. Il tempo del Recovery Fund. Chi nutre un’ultima speranza sono gli abitanti delle case popolari, da troppo tempo gli ultimi. Ma da quando sono diventati gli ultimi? Una volta non lo erano. Oggi sì.


Quando parlo di case popolari mi riferisco particolarmente a quei quartieri della città nati a partire dalla legge 31 maggio 1903 che istituì L’Istituto della case popolari, un’istituzione che ebbe lunga vita per trasformarsi più tardi in Istituti Autonomi Case Popolari, enti pubblici non economici con competenze di tipo locale, come successe a Milano che diventò IACPM

Nel 1996 la Lombardia trasformò con una legge regionale gli IACP del territorio in Aziende lombarde per l’edilizia residenziale (Aler), qualificati come enti pubblici di natura economica, con il compito di gestire il patrimonio edilizio secondo un criterio misto, non esclusivamente di tipo pubblico-assistenziale.

L’edilizia popolare fu anche un’attività importante dei Comuni ed particolare del Comune di Milano che ad oggi conta circa 30.000 alloggi mentre l’Aler ne possiede 50.000.

Il primo segnale di abbandono a se stessa dell’edilizia popolare si ebbe nel 2016 con la legge Regionale 16/2016 “Disciplina regionale dei servizi abitativi”, che al Capo II recita” Alienazione e valorizzazione del patrimonio abitativo pubblico.”

Detta in parole povere si pensava, in malafede dico io, che il patrimonio pubblico vendendone una parte riuscisse non solo a mantenere il restante, ma addirittura a costruirne del nuovo. Il ricavo delle vendite avveniva a un prezzo di1.000€ al metro quadro, di molto inferiore a solo nudo puro costo di costruzione del nuovo. Dunque il tracollo.

Ci si voleva disfare per patrimonio pubblico tra spinte privatistiche e il desiderio di guardare altrove?

Cosa era cambiato nella politica del Paese? Assorbita la prima immigrazione di massa dal sud con i suoi lavoratori andati a occupare la periferia e i Comuni della corona, cui avevano in qualche modo provveduto a regolarne l’insediamento gloriose istituzioni come il CIMEP (Consorzio Intercomunale Milanese Edilizia Popolare), oggi in liquidazione, e il PIM che dalle origini ad oggi ha molto cambiato la sua missione, ecco che ora di immigrati lavoratori ora non ne servono più.

Nelle case popolari l’età media si è alzata e molti sono i pensionati, molti gli invalidi, le nuove generazioni arrivate sono costituite prevalentemente da immigrati extracomunitari, un insieme di certo non produttivo o marginale.

L’ideologia dominante è dunque quella della Moratti quando disse: “la Lombardia ha diritto a più vaccini perché è la parte più produttiva del Paese”: o si produce o non si serve più. Le case popolari escono dal radar, i loro abitanti diventano “invisibili”.

Da tempo si mescolano tre problemi: le case popolari, le periferie, le case per chi dal punto di vista del reddito sta nel mezzo e non può accedere alle case popolari ma nemmeno al libero mercato – troppo alto -, quello che oggi si chiama Housing sociale e ne troviamo una sintetica definizione in Wikipedia.

In questa definizione ci sono dentro anche le “case popolari” ma questo, a mio modo di vedere, è un errore perché le case popolari, come le intendo io, sono un mondo a parte che non riguarda solo un fatto edilizio.

Le case popolari sono un mondo di disagio sociale in tutti i suoi aspetti più drammatici tra i quali la componente meramente edilizia non è il solo e nemmeno il più grave.

Per capire meglio basta leggere gli articoli (18) che Franca Caffa ha scritto per noi e in particolare l’ultimo, quello che contiene un appello al Presidente dalla Repubblica: nei suoi articoli c’è tutto il mondo delle case popolari ma anche la disattenzione, gli appelli e il mancato ascolto.

Come si dice ora “per saperne di più”, basta digitare “case popolari” sul nostro pulsante di ricerca e troverete almeno altri 20 articoli che di questo parlano.

Le case popolari a Milano – tra Comune e Aler come ho detto sono circa 70.000 – le dimensioni di una città media di 120.000 abitanti e forse come tale andrebbe considerata

Se pensiamo che anche solo 1/4 (30.000)di queste siano in stato di disagio grave, ci rendiamo conto delle dimensioni del problema.

Non si può negare che il Comune di Milano sia rimasto con le mani in mano: molto ha fatto al di là della famosa “urbanistica tattica”, ma bisogna fare di più, seguire la strada imboccata per il “Quadrilatero del Lorenteggio” con più soldi, più risorse umane per intervenire anche sull’assistenza sociale diretta ai più disagiati.

Nel Piano Nazionale Ripresa e Resilienza mi piacerebbe vedere anche una voce “casa” con un capoverso intitolato “casa popolare” ma non c’è. Del problema se ne parla per accenni tra coesione sociale e riduzione delle disparità, troppo poco.

Vorrei che se ne parlasse nel capitolo delle “infrastrutture”, perché la casa “è” una infrastruttura abilitante, che rende possibile lo sviluppo, come le ferrovie o gli ospedali. Un mio mantra.

Dei fondi destinati a Milano nel Pnrr, quanti il Comune ne destinerà alle case popolari? Capiremo da che parte staranno Giunta e Sindaco.


Luca Beltrami Gadola


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